Intervento della preside Santarcangelo del Profagri con sede a Salerno, Castel San Giorgio, Angri, Sarno, Fisciano Battipaglia e Capaccio e Ciro Plaitano dell’osservatorio sui minori

L’INTERVISTA CON LA PRESIDE SANTARCANGELO
«Violenza nei giovani: è necessario un nuovo programma educativo basato soprattutto sulla prevenzione più che sulla repressione». Carmela Santarcangelo, dirigente di lungo corso, punta molto sulla prevenzione. Nominata “Preside dell’anno” nel 2015, dirigente prima del Liceo Tasso ed oggi del professionale per l’agricoltura di Salerno con sette sedi in tutta la provincia e un’azienda agraria, la Santarcangelo conosce bene i problemi dei giovani e il ruolo della scuola.
«Gli episodi gravi di violenza tra studenti hanno colpito profondamente le comunità scolastiche mettendo in discussione aspetti quali sicurezza scolastica, gestione dei conflitti, ruolo della famiglia, inclusione, educazione civica e prevenzione della violenza di genere – ha premesso la preside Santarcangelo -. I dati nazionali evidenziano la necessità di agire con programmi educativi efficaci con un approccio educativo-preventivo e non solo repressivo».
Prioritaria per la dirigente è la «prevenzione della violenza che richiede un’azione condivisa tra scuola e famiglia, quest’ultima intesa nelle persone di soggetti qualificati quali solo i titolari della responsabilità genitoriale possono essere. La violenza di genere è un problema antropologico e in quanto tale va certamente combattuto con la cultura e l’educazione, ma senza la famiglia si rischia di non avere molto successo, come le cronache degli ultimi anni tristemente ci raccontano».
La scuola – secondo la Santarcangelo – svolge già un ruolo importante nell’educazione alla legalità, alla salute, all’alimentazione, all’ambiente, e nella lotta al bullismo e al cyberbullismo, ma spesso l’educazione civica, materia trasversale alle discipline, viene percepita come una materia aggiuntiva e non come parte integrante della crescita personale. La conoscenza dei principi sui cui si fonda la nostra carta costituzionale dovrebbe essere un dato certo ed inequivocabile. «Eppure, più la scuola viene investita della necessità di “educare”, con docenti che spesso non hanno strumenti adeguati per interventi mirati, più i crimini efferati contro le donne, contro i più deboli e contro i pari aumentano – evidenzia la dirigente del Profagri -. Tuttavia, la sola educazione civica non basta: è necessario un programma educativo che coinvolga anche la famiglia e che punti sull’educazione affettiva e sulla gestione delle emozioni. Per essere davvero efficace, l’educazione deve coinvolgere anche la famiglia, gli esperti psicologi e pedagogisti, nonché i territori, promuovendo il rispetto, la gestione delle emozioni e la responsabilità personale».
La preside sottolinea: «Perché non pensare ad un serio programma di ripresa dell’identità familiare con cui far comprendere che il concetto di responsabilità genitoriale è molto più ampio di quello riguardante la soddisfazione dei desideri spiccioli dei figli? La scuola può accompagnare i processi, ma è la famiglia il luogo naturale dove l’educazione deve avvenire. Da persona di scuola, posso affermare che la scuola da sola non può ottenere risultati.
Spesso le famiglie non si riconoscono nei documenti identitari della scuola rifiutando di sottoscrivere i relativi patti formativi. Non vi sono sanzioni conseguenti se non la delegittimazione ex ante dell’operato della scuola. Ecco perché gli attori da coinvolgere in questo processo di nuova consapevolezza delle ragioni dell’altro sono tanti, ma padri e madri, o comunque coloro che si occupano della crescita del minore, sono i primi a dover avere la responsabilità di formare uomini e donne rispettosi del sé e dell’altro. Un altro diverso da noi, ma grazie al quale possiamo tutti conoscerci meglio e migliorarci.
Un patto formativo realmente condiviso aiuterebbe la scuola a gestire questo processo senza sacrificare gli spazi per la necessaria istruzione». E ancora: «Si alle nuove tecnologie, ma resta fondamentale il rapporto umano che si crea tra discenti e docenti, rapporto inevitabilmente mediato dalla considerazione in cui le famiglie tengono la scuola e nel quale l’educazione civica da sola non sé sufficiente se e in quanto “disconnessa” da una seria educazione affettiva. Senza relazione umana viene meno la necessità di regole, anche solo di buon senso, che ne regolino lo svolgimento. È di fondamentale importanza per i giovani, ma anche per qualche adulto, apprendere gli strumenti per sapere gestire le proprie emozioni ed essere responsabili delle proprie azioni».
La preside afferma che solo attraverso una collaborazione stretta tra scuola, famiglia e territorio è possibile costruire un ambiente educativo sicuro e inclusivo, capace di prevenire la violenza e promuovere una cultura del rispetto. Investire nell’educazione affettiva e nella formazione degli attori coinvolti è la chiave per formare giovani consapevoli e responsabili».
L’INTERVISTA DI CIRO PLAITANO
In aumento atti di violenza fra i giovani, adolescenti per la mancanza di riferimenti educativi che nel corso di questi ultimi anni sono venuti meno: famiglie sempre più disgregate e che non educano i propri figli durante la crescita ad avere una formazione che tenga conto dei valori irrinunciabili quali il rispetto, l’onesta nei comportamenti, la comprensione, la solidarietà verso gli altri ed anche se stessi.
Mass media, social, web che diffondono sempre più inquietanti messaggi comportamentali e di violenza come soluzioni ai propri problemi, sulla incapacità di una vera comunicazione fra pari e con gli altri, come gli adulti siano essi genitori, insegnanti; credo siamo ad un punto di “non ritorno” ove è stato concesso spazio di non-educazione, del tutto subito e senza sforzi, della ragione per forza a danno del confronto e dell’accettazione anche sella sconfitta che può e deve aiutare nella crescita formativa di ogni giovane.
Se dalle famiglie innanzitutto, il o i genitori hanno comportamenti violenti e denigratori, di decadimento totale del ruolo e funzioni socio educative che devono avere ed anche imporre (nel caso), che trasmettono segnali e vuoti nell’imparare e crescere, risulta ben complicato sia per la scuola e i docenti educatori che per altri enti preposti all’educazione delle giovani generazioni sopperire a questa fondamentale mancanza della famiglia; con il risultato dell’immaturità ed anche dell’ ignoranza che poi si manifesta nel comportamento con gi stessi pari età, compagni e compagne, amici ed amiche.
La prevenzione dei disagi adolescenziali e giovanili in questi anni è stata messa da parte per i crescenti bisogni dovute alle varie dipendenze, ai fenomeni di imitazione come il bullismo, al pericolo sempre più crescente del cyberbullismo, emulazione delle sequenze delle tante serie e film televisivi ma soprattutto nel web e video giochi.
Occorrerebbe un paziente e costruttivo lavoro congiunto fra le varie istituzioni e famiglie, con le realtà esterne vicine al vivere quotidiano delle ragazze e dei ragazzi per ricominciare a trasmettere i buoni valori come avvenuto qualche decennio fa quando il rispetto (figlio/padre-madre, studente/insegnante, giovane/adulto) e le regole della civile convivenza debbano e possano di nuovo far parte della corretta crescita di ogni adolescente e giovane: è questa l’età ove si può ancora intervenire per evitare il decadimento generale al quale assistiamo quasi rassegnati da troppi anni.




