Trump spodesta Maduro e dà uno schiaffo alla Cina

Dopo l’intervento in Nigeria e poche ore dopo l’avvertimento all’Iran arriva la risposta Usa ai venezuelani. Il problema Taiwan. Il messaggio inviato al Brasile è al Messico

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L’arresto di Nicolás Maduro, condotto a New York per un processo federale insieme alla moglie rappresenta un punto di rottura epocale. Tuttavia, la sospirata capitolazione del regime non si è ancora palesata. Le manifestazioni a favore della defenestrazione di Maduro sono rimaste confinate entro i confini statunitensi, mentre nei paesi limitrofi l’entusiasmo è apparso esiziale. Decenni di investimenti privilegiati verso le forze armate hanno trasformato l’esercito nell’unico pilastro resiliente della nazione, immune al dissesto dell’economia generale.

NARCOTRAFFICO, CORRUZIONE E ASIMMETRIE DEMOCRATICHE
Il Venezuela si configura come uno dei nodi più opachi dell’America Latina, dove il sodalizio tra autorità statali e cartelli del narcotraffico (spesso con ramificazioni legate alla criminalità organizzata transnazionale, inclusa quella italiana) appare indissolubile. Se queste fossero le reali determinanti dell’azione di Trump, l’operazione godrebbe di una legittimazione etica, sebbene in antitesi con il diritto internazionale. Sorge spontaneo un quesito: perché non applicare il medesimo paradigma a Colombia, Perù o Ecuador? In quest’ultimo, l’interdipendenza tra potere politico e traffico di stupefacenti è ormai patologica, per non parlare del Messico, i cui cartelli hanno colonizzato le rotte sudamericane in una perniciosa simbiosi con le mafie europee.

IL PETROLIO: L’ENERGIA COME BOTTINO DI GUERRA
Le statistiche indicano che il 18% delle riserve petrolifere mondiali giace nel sottosuolo venezuelano, con la Cina che ne assorbe quote egemoni (circa il 70%). La presenza di terre rare accresce l’appetibilità del bacino venezuelano per le corporazioni statunitensi. Lo stesso Trump non ha celato la natura “transazionale” dell’intervento: i proventi del greggio dovrebbero ristorare i costi bellici e fornire assistenza a una popolazione prostrata da anni di embargo. Questa precarietà ha alimentato una diaspora verso New York e Miami, dove l’esilio venezuelano si è fuso con la storica emigrazione cubana, condividendo un medesimo orizzonte di rivalsa politica.

IL MESSAGGIO GLOBALE: DALLA CRISI DEL MULTILATERALISMO AL REALISMO MUSCOLARE
Il disimpegno post-Obama ha lasciato vuoti di potere che sono stati prontamente saturati da attori antagonisti. In Africa, l’evacuazione delle influenze anglo-francesi ha favorito l’insediamento di mercenari russi a presidio dei governi locali. In Sud America, alla storica influenza russa si è sovrapposta la pragmatica “fame” di materie prime della Cina. L’attivazione della Delta Force e della DEA, proprio durante i contatti diplomatici con Pechino, segna la fine dell’isolazionismo predicato dalla destra radicale. La proiezione internazionale dell’economia americana esige una presenza fisica nei quadranti strategici: dal Madagascar (snodo delle ambizioni navali del Cremlino, tanto da fornire tecnologie e tecnici), in Groenlandia con buona pace della Danimarca e dell’Europa, al Messico, al critico e antitrumpiano Brasile, alla Nigeria, fino a Teheran, altro paese come quello africano ricco di petrolio. L’intervento in Venezuela è un monito rivolto a Pechino riguardo a Taiwan, e un segnale al Giappone affinché recuperi un protagonismo attivo nel Pacifico.
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L’ISOLAZIONISMO STATUNITENSE E LE SUE CONSEGUENZE ECONOMICHE
La retorica isolazionista, strumentalmente agitata dalle frange destrorse del panorama politico statunitense, collide violentemente con la struttura di un sistema economico la cui sopravvivenza è ontologicamente legata alla proiezione internazionale. La scoperta tardiva che l’isolamento conduce ineluttabilmente a una decrescita del prestigio internazionale ha svelato la fragilità della visione trumpiana. L’indebolimento del potere contrattuale delle aziende statunitensi è il corollario diretto di un’assenza di forza egemonica globale. La preferenza accordata al legame con Putin, a discapito della storica architettura di sicurezza europea, si configura come un errore di calcolo madornale. Il tentativo di sostituire la stabilità (seppur problematica) della NATO e del Vecchio Continente con la volubilità russa ha generato un “cappio geopolitico” che rischia di strangolare la residua influenza statunitense. La Russia, agendo nei teatri africani, conferma di non essere un partner, ma un competitore opportunista.
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Le recenti proiezioni di forza a Teheran – in un’alleanza simbiotica con Israele – e gli interventi in Nigeria segnalano una metamorfosi della prassi strategica. La minaccia verbale verso l’ex Persia, volta a tutelare i moti di dissenso interno causati dalla crisi economica, funge da deterrente simbolico. Questa mutazione non è circoscritta al Medio Oriente, ma si riverbera come un monito alla Repubblica Popolare Cinese e alle sue aspirazioni su Taiwan. Il rinnovato protagonismo del Giappone nel Pacifico indica la ricostituzione di una rete di contenimento multi-polare, segnando il tramonto definitivo dell’illusione isolazionista.

IL DILEMMA
In tale quadro, l’operazione Venezuela non è un atto di giustizia, ma una riaffermazione della “dottrina Monroe” in chiave del XXI secolo. Gli USA tentano di riconnettere la forza militare alla necessità economica, ma il successo dipende dalla capacità di non rimanere isolati. Senza l’avallo delle Nazioni Unite o dei partner europei, la vittoria tattica a Caracas potrebbe tradursi in una sconfitta strategica globale, accelerando il passaggio verso un mondo multipolare dove il diritto è subordinato al possesso di terre rare.

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