Droga a Salerno, dall’organizzazione familiare ai rapporti con la Piana del Sele

La gang dei Viviani

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Familiari più stretti collaboravano nelle attività illecite, fornitori stabili permettevano di avere rifornimenti costanti di sostanze stupefacenti in cambio di lauti guadagni, altri stretti collaboratori – fuori dalla cerchia della parentela – si occupavano della preparazione e del trasporti della droga oltre a tenere sotto controllo la “base” di Ogliara. È l’organizzazione che si era data l’associazione della droga sgominata ieri dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Salerno che vede indagate – a vario titolo – 26 persone (la Procura dei minorenni ha proceduto separatamente per altri due giovanissimi, cui sono stati contestati degli episodi di spaccio, per cui è stata disposta la custodia presso un istituto minorile).

Nelle quasi 150 pagine d’ordinanza di misure cautelari firmate dal gip Francesco Guerra emerge questa “organizzazione familiare” che, in base a quanto ricostruito nelle indagini, faceva capo a Mario Viviani, uno dei destinatari dell’arresto in carcere (per lui e le altre persone per cui è stata ordinata la misura più afflittiva, domani ci sarà l’interrogatorio di garanzia in cui potranno chiarire la loro posizione).
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IL CAPO E I SUOI COLLABORATORI
Il presunto capo promotore, in base alle indagini, riusciva a “influenzare” il mercato della droga sin dall’autunno del 2022 non solo nei rioni collinari, da tempo “feudo” della sua famiglia, ma anche nel resto della city e nelle vicine San Mango Piemonte e Pontecagnano Faiano, avvalendosi di una rete di pusher che riuscivano a piazzare sotto la sua direzione le ingenti quantità di stupefacenti (in particolare crack e cocaina) provenienti dall’hinterland napoletano: fra i loro clienti assuntori stabili ma anche insospettabili professionisti. La direzione della “associazione della droga” era situata nell’abitazione di Viviani, nel rione Ogliara: il presunto capo promotore avrebbe continuato a dare direttive e impartire ordini anche nel corso della sua detenzione agli arresti domiciliari, sfruttando diverse utenze telefoniche nella sua disponibilità e anche dei mezzi – in particolare delle auto – prese regolarmente a noleggio presso delle attività presenti nel capoluogo.
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Un’organizzazione che, nel corso del tempo, aveva realizzato grossi profitti. Anche grazie a questa precisa “organizzazione familiare”: in base alle ricostruzioni, infatti, Simone Memoli viene considerato il “braccio destro” di Viviani, l’uomo incaricato di recuperare i rifornimenti di droga e “smistarli” ai pusher; il padre del presunto capo promotore, Crescenzo Viviani, si occupava di gestire il “parco veicoli” noleggiati e di accompagnare presso la sua abitazione alcuni soggetti interessati ad acquistare droga o a entrare nei traffici; la convivente di Viviani, Lucia Franceschelli, aveva i rapporti diretti con diverse persone ritenute coinvolte nell’associazione, anche fuori Salerno. I pusher – indicati in Marco Fabrizio Esposito, Angelo Manzo, Simone Sica e Stefano Di Lorenzo – venivano gestiti da un altro uomo di fiducia di Viviani, Alfredo Andrea Esposito, che aveva messo su una gestione tale da garantire la presenza di uno spacciatore sul territorio h24, di giorno così come di notte.
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IL SISTEMA

Un “sistema” che, come detto, aveva permesso al gruppo di realizzare importanti guadagni: nelle intercettazioni sia ambientali che telefoniche eseguite nel corso del tempo dai carabinieri, infatti, emergono contatti con decine e decine di clienti. Assuntori stabili di droga ma anche insospettabili professionisti che “sfruttavano” le prestazioni offerte dal gruppo per rifornirsi di dosi di droga.

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