Dal focus del Sole24Ore di oggi emerge che la transizione verso l’età adulta in Italia si configura come un percorso sempre più esteso e complesso, caratterizzato da un “ritardo cronico” nell’assunzione di autonomia. Questo fenomeno ha conseguenze significative sia a livello sociale che demografico

Il primo aspetto rilevante è il posticipo sistematico delle tappe fondamentali che scandiscono la crescita e l’ingresso nell’età adulta. I dati riflettono un notevole slittamento in avanti rispetto a vent’anni fa.
L’età media per il conseguimento della laurea magistrale è di 26,3 anni. Parallelamente, è aumentata la quota di laureati nella fascia 24-34 anni, raggiungendo il 31,6% nel 2024, rispetto al 16,2% del 2005.
L’uscita dalla casa dei genitori avviene in media a 30,1 anni, un dato sensibilmente superiore alla media europea di 28,2 anni. Nel 2024, il 44% dei giovani tra 25 e 34 anni viveva ancora con la famiglia di origine, e questa percentuale sale al 63,3% considerando tutti i maggiorenni under 35.
IL PRIMO MATRIMONIO E I FIGLI
Il primo matrimonio è posticipato a 36,9 anni (dato 2023), mentre la nascita del primo figlio per la donna si colloca a 32,6 anni, in crescita rispetto ai 30,8 anni del 2005. Questo posticipo comprime il tempo riproduttivo della donna. Di conseguenza, si osserva una progressiva “de-genitorialità”: nel 2024, solo l’8,6% dei giovani residenti (25-34 anni) risultava genitore, in calo rispetto al 10,8% del 2009.
Questo ritardo s’inserisce in un contesto demografico preoccupante: tra il 2005 e il 2024, l’Italia ha perso il 26,6% dei residenti nella fascia d’età 25-34 anni, ovvero 2,3 milioni di giovani, che sono le generazioni più colpite dal calo demografico.
Il prolungamento della permanenza nella casa di origine è un fenomeno studiato fin dal 1988, definito la “famiglia lunga del giovane adulto”. Sebbene la causa sia multifattoriale – inclusa l’incertezza del lavoro, il prolungamento degli studi e l’eccessivo costo degli immobili – il fenomeno riflette anche un modello culturale specifico.
LO SQUILIBRIO GENERAZIONALE TRA GENITORI E FIGLI ADULTI
La convivenza tra genitori e figli adulti è diventata un “approdo naturale” che genera uno squilibrio generazionale. I genitori, spesso con redditi e tutele più solide, sostengono i figli che, penalizzati da politiche pubbliche poco attente, restano a lungo dipendenti. Dietro a questo si cela un modello di solidarietà intergenerazionale che, pur essendo una risorsa tipica del Paese, rischia di tradursi in immobilità se non promuove attivamente l’autonomia.
L’ostacolo economico più citato è l’inadeguatezza dei salari e delle offerte di lavoro. L’indagine Inapp-Plus 2024 ha rilevato che il 35% dei giovani tra 18 e 29 anni trova le proposte lavorative insoddisfacenti. La ragione principale per il 76,4% è lo stipendio non adeguato, una critica trasversale a tutti i livelli di formazione. A ciò si aggiunge la debolezza del sistema di orientamento e intermediazione lavorativa, che si affida ancora principalmente a canali informali, come le reti familiari e amicali. Ciò nonostante, l’investimento nell’istruzione e nella mobilità internazionale offre delle “scorciatoie” verso l’autonomia economica.
LO STUDIO ALL’ESTERO E IL “PORTO SICURO” FAMILIARE
I laureati che hanno svolto un periodo di studio all’estero hanno il 7,9% di probabilità in più di essere occupati a un anno dal titolo. Tuttavia, questa opportunità non è equamente accessibile, essendo fortemente condizionata dalle condizioni socio-economiche e culturali della famiglia di origine: tra i figli di laureati, la partecipazione a esperienze all’estero è pari al 16,3%, mentre scende al 7% tra i figli di genitori non diplomati.
In tale contesto il tragitto verso l’autonomia economica e familiare appare dunque gravato da una doppia ipoteca. Da un lato, un cuneo economico (salari d’ingresso inadeguati, costi abitativi) che procrastina l’indipendenza e la genitorialità; dall’altro, un modello culturale di solidarietà che, pur virtuoso, ha deresponsabilizzato il welfare, trasformando la famiglia di origine in un “porto sicuro permanente”.
Il rimedio suggerito dagli analisti non è il superamento della famiglia, ma il suo affiancamento: servono politiche attive (su casa, lavoro, servizi) che disinneschino la scelta — quasi tragica — tra sicurezza e libertà, permettendo alla solidarietà di tornare a essere “motore di futuro, non una zavorra del presente”.
Prof. Giovanni D’Alessandro- Docente universitario




